TRASUMANAR

trasumanare. - Per " superare i limiti dell'umano " appare soltanto in Pd I 70 Trasumanar significar per verba / non si poria. In questo verbo, che " ispira tutto il canto I del Paradiso " (M. Pecoraro, in Lect. Scaligera III 48-49), sembrano compendiarsi l'eccezionalità della situazione che si presenta nel regno dei beati e la reazione che tale passaggio provoca nell'animo di D.: infatti t. è " passare dall'umanità a più alto grado, che non può essere se none Iddio "

La ricerca e la comprensione dell’ignoto, il contatto rispettoso e spesso reverenziale con forze estreme e forme indefinite, tanto percepite quanto inesplicabili, sono da sempre al centro dell’esistenza e dell’insistenza umana. Le proiezioni distorte di sensazioni indecifrabili e le fascinazioni secolari per tutto ciò che trascende i propri limiti sono state tradotte in somme di rituali, codici culturali, regole non scritte che governano il senso di appartenenza a una comunità e ne esaltano le differenze rispetto alle altre. Antiche cerimonie e itinerari ridondanti, tramandati da narrazioni oniriche, certificati da occhi incantati, dettati da ataviche paure e istinti primordiali, che sopravvivono ai cambiamenti, cristallizzano i dubbi, alimentano il mito del sapere e il bisogno di condividere pulsioni interne mai dome.

 

Ne scaturiscono pratiche simboliche in cui il corpo assurge a strumento di mediazione da adornare con abiti, maschere, protuberanze e segni pregni di significato. Sono questi gli unici mezzi a disposizione per il contatto con gli spiriti. Sono questi i vascelli a cui aggrapparsi per penetrare le tenebre e proteggersi tanto dalle ciniche forze dell’ambiente circostante, quanto da entità oscure e imprevedibili che governano dimensioni nascoste. In questo processo il volto umano, epicentro fisiognomico, accoglie istanze di trasfigurazione possibili e necessarie. La testa deve essere rafforzata, replicata, immortalata in quanto antenna organica di un sistema complesso che forse non muore mai, scatola magica che traccia il solco con le altre bestie, canale preferenziale della comunicazione con forme extra-umane.

Trasumanar è il viaggio dell’uomo tra i simulacri dei timori e dei desideri che lo rincorrono nella vita terrena, manifestazioni palpabili dell’eterno ritorno dell’uguale ed effetti collaterali di un Antropocene claudicante, imperfetto, costantemente alla deriva. La fedele messa in scena di costumi e simboli tribali è alla base di questo progetto di antropologia visiva, che rivela tutto il fascino etnico di mondi paralleli e remoti in cui l’essere umano, fragile e spietato, affetto e afflitto da un impellente senso di vulnerabilità, è colto nell’intimo tentativo di trovare risposte e di comprendere sé stesso, la sua essenza, il posto che occupa nell’universo. Dal suo errare attraverso tempi e latitudini trapela la costante ricerca di qualcosa in cui credere. Qualcosa che rimandi all’uomo stesso, che ne assuma le sembianze, anche se intimoriscono, anche quando confortano.

PRIMIGENIE

In Primigenie, il copricapo è un protagonista senza tempo.

Afferma il ruolo dello sciamano all’interno della tribù e catalizza l’energia nel rituale di contatto con gli spiriti, evocati tramite le oscillazioni e i suoni dei sonagli incastonati tra i drappi. Le doti di questa figura di raccordo tra il mondo terreno e quello etereo non si discutono. Lo sciamano si prende la scena, si erge a totem vivente a cui gli altri membri della tribù si aggrappano con fede e dedizione. Lo dice la storia, tramandata di bocca in bocca. lo certifica l’esperienza. Lo corrobora la forza della condivisione.

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PRIMIGENIE

Siamo noi gli antenati
Siamo noi i postumi
Noi, i tamburi del tempo
Dal ritmo inquieto, sincopato, iterativo
Incastrati non per scelta in un presente da abitare,
in uno spazio con cui fondere, da subire e deformare.

Un corpo da imbrattare,
che si fa totem
da sfruttare in verticale.
Strumento ornamentale,
filamento mistico tra madre terra e il ruvido cielo. Il cranio si fa perno di sonore rotazioni,

s’accende l’estasi che circolare tra gl’intimi s’irradia.
Con cadenza cosmica
dalla luna all’alba.

Non è preghiera è mediazione.

Non è potere è vocazione.

 

Trepida attesa, l’anima scricchiola.
Sguardo velato dai drappi del mistero. Scivolano i sonagli tra saturi silenzi,
per gli accasciati al suolo è dolce l’abbandono. Possessioni possibili per probabili cure

Non è speranza è disciplina
Non è illusione è saggezza popolare.

 

Guardami negli occhi: t’inebrio.

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BORDERS

Borders è dedicato ai nomadi che popolano le zone impervie ai bordi del pianeta. Terre di confine in cui la vita stessa si fa rito immediato e la sopravvivenza è un bisogno perentorio e mai sazio. Un’ode al divenire, dettata dalla necessità di un dialogo serrato con la natura impetuosa e brada, potenza indomabile e spesso imprevedibile. Una natura concreta e mistica, senza filtri, sorprendente e cinica, in cui il tempo della contemplazione è annichilito dall’urgenza del qui e ora. In questi luoghi scanditi da temperature impossibili, s’intensifica la lotta tra gli esseri viventi. L’uomo indossa pelli di altri animali, come ad annunciare l’inettitudine ad abitare quegli spazi, ma anche una straordinaria capacità di adattamento, frutto d’intelletto ed esperienza. L’uomo deve sapere, non credere. Per non essere inghiottito dalla trappola dell’infinito, deve avanzare con lo sguardo incollato alla linea dell’orizzonte, senza lasciarsi ingannare dall’impercettibile tremolio delle corde della propria anima.

BORDERS

Glabre pelli arrostite dal gelo

Non s’acquieta la tormenta

Indurisce le menti
Attutisce i lamenti
Tra spiriti ovattati e sibili incessanti

Più vicini agli astri
Più distanti dall’uomo

Sacri silenzi sconvolgono il cielo

Tumulti boreali dall’umore cangiante

Da verde a rosso, da rosso a mammifero.

Cicliche mutazioni eccitan l’azoto

Da liquido ad astrale

Da tenebra a fulgore.

Un velo di corteccia attanaglia il viso
Placida espressione di aspre convivenze
La vista s’aguzza, placando le visioni
Tra strette fessure e ossi di balena.
Un galoppar sinuoso
Tra deserti di cristallo da temere senz’angoscia.

S’impone l’orizzonte, vacuo e vanitoso

S’avanza e si soffoca, si soffoca e si danza.

Non è ricerca è reazione
Non è conquista è adattamento. Che giorno sarà?
Di festa o digiuno?
Di caccia o quiete?
D’eterno candore.

Guardami negli occhi: ti smarrisco

MASCHERE FUNEBRI

Le Maschere funebri rappresentano l’involucro protettivo adagiato sul confine del mistero della morte, da sempre enigma affascinante che accomuna i popoli e trascende la ragione. L'ineluttabilità del trapasso trascina con sé un inevitabile momento d’incertezza e smarrimento, spesso esorcizzato nella storia dell’arte funeraria con elementi in oro, nel tentativo di rievocare la lucentezza degli dèi. L’istantanea del volto, impressa sul metallo divino, dona ai postumi un’immagine placida di vita eterna e impedisce agli spiriti maligni di trapelare nel mondo dei vivi. L’incisore opera con coraggio e attenzione. Prende possesso della testa del defunto, antenna parabolica pregna di frequenze assopite e non ancora evanescenti, da maneggiare con estrema delicatezza. La maschera ci eleva e ci rimpiazza, ci assolve e ci tramanda, mitigando il presagio di esser tutti uguali: materia organica in lento deperimento.

peri neri maschera funebre

MASCHERE FUNEBRI

Muscoli facciali placidi
Plastificati con rigore.
Complessità motoria
Sventrata con onore.
Messa a tacere, da non risvegliare.

Simulacro dorato del fresco trapasso.

Palpebre incastonate in alveari sigillati

Scudi dorati riflessi nelle tenebre
Il resto del corpo?

Un mozzicone da gettare

Spento scarto terreno color passione

Inadeguato alla nuova dimensione

Incisore sacerdote
Modula il metallo
Niente lacrime mano ferma
Tratto chirurgico tecnica ossequiente.

Attento a non forare
Attento a non sfregiare
Attento a non profanare.

Guardami negli occhi, ti penetro.

Alien

Alien

Alien chiude il cerchio.

Torniamo a casa e ci troviamo cambiati. Siamo noi, ma siamo diversi. Siamo altri e dell’altro abbiam paura. Gli alieni sono dèi concreti, tecnologicamente avanzati, fisiognomicamente umani. Incarnano l’idea del superuomo con la spavalda consapevolezza di apparire minacciosi e di avere a disposizione poteri irraggiungibili dall’essere umano, che si scopre afflitto da un incurabile senso d’inferiorità. È questo, in fin dei conti, il risultato indelebile dell’ossessione per il progresso scientifico, ineccepibile religione del nuovo millennio che non riesce però a scrollarsi di dosso gli antichi e morbosi dubbi dell’era antropocentrica. Quale angoscia è di più pressante? Non essere soli nell’universo, o essere soli con noi stessi? Con il mito degli alieni l’uomo, sempre sulle difensive e consapevole di aver solo tutto da perdere, accarezza per un attimo l’idea di perfezione.

ALIEN
 
Presenze parallele
Faticano a parlare.
Presenze rannicchiate
Tra tattiche paure.
Scorrerà sangue
Ma di quale colore?
 
Mito drastico che aleggia sovrano
Rapisce di notte, ti prende per mano.
Siamo soli e sprofondiamo
Nel purpureo girone di basiche emozioni.
Siamo soli e ipnotizzati
Da schermi formicolanti
Intorpiditi dalla notte.
 
Son bagliori che piovono dall’alto?
O son riflessi di palazzi troppo alti
Sfuggiti al controllo di sporche coscienze
Che incombon minacciose 
E ci fan sentire inermi?
Mieteranno il grano come lo mietiamo noi?
Vestiranno alla moda?
Avran paura della morte?
Della loro stessa ombra?
E se fossero tra noi?
E se fossero noi?
 
Mucche imbizzarrite fiutano il pericolo
Ciondolano in cerchio in cerca di riparo.
Si nutrono di noi, o vogliono danzare?
Insegnarci nuovi passi, o pascolarci nei recinti?
Si fidano dell’uomo?
Si fidano di Dio?
Si fidano di loro?
Forse più di noi
Che tra il frastuono dei frammenti
Ci abbandoniamo affranti. 
 
Feroci, quanto è feroce l’immaginazione.
Potenti, quanto è potente la proiezione.
Brutali, come desideri anaffettivi.
Divini, come ghiandole pineali allo stato brado.
Alieni, come palindromi umani.
Guardami negli occhi, ti simulo

Fashion project by Peri Neri

Headpieces, mask, concept, performer: Caterina Perinetti

Photography: Sabrina Baruzzi

Words and poetries: Michele Scaccaglia